Negli anni della Guerra Fredda, l’ingegneria americana non conosceva limiti — né etici, né fisici. Tra i progetti più assurdi e affascinanti di quell’epoca spicca il General Electric XNJ140E, un motore a propulsione nucleare capace di generare una potenza equivalente a quella di oltre 160 Ferrari messe insieme. Un progetto che, per fortuna o per buon senso, non è mai uscito dai laboratori.
Quando l’America voleva volare con il nucleare
Il contesto è quello del dopoguerra: il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e la neonata Atomic Energy Commission cercavano modi per sfruttare l’energia nucleare ben oltre la sola applicazione bellica. L’obiettivo non era soltanto alimentare infrastrutture terrestri con reattori, ma anche — e qui le cose si fanno davvero interessanti — integrare la propulsione nucleare negli aerei militari strategici.
L’idea di fondo era seducente quanto pericolosa: bombardieri capaci di volare per giorni interi senza rifornimento, ad altitudini e velocità irraggiungibili per qualsiasi aereo convenzionale dell’epoca. Un vantaggio tattico enorme, sulla carta. Nella realtà, un problema ingegneristico e sanitario di proporzioni colossali.
Il programma NB-36 e i primi esperimenti
Prima di arrivare al motore vero e proprio, la società Convair di San Diego condusse un esperimento preliminare noto come programma NB-36. Lo scopo era verificare se la schermatura in materiale fissile fosse sufficiente a proteggere l’equipaggio dalla radiazione di un reattore nucleare installato a bordo. Il risultato fu positivo — la schermatura funzionava — ma con una precisazione fondamentale: in quel test il reattore non era collegato a nulla. Era lì, a bordo, ma inerte. Un passo avanti timido verso qualcosa di enormemente più complesso.
Il General Electric XNJ140E: il motore che nessuno si aspettava
Esternamente, il GE XNJ140E aveva l’aspetto di un normale motore a reazione, forse solo leggermente più voluminoso del solito. Ma al suo interno, tutto era stravolto. Niente camera di combustione tradizionale: al suo posto, un nucleo di reattore nucleare dalle dimensioni di 33 per 62 pollici, composto da ben 25.000 barre di combustibile esagonali cariche di un isotopo raffinato di uranio altamente arricchito.

Le stime dell’epoca parlavano di una potenza generata al decollo pari a circa 121 megawatt, equivalenti a circa 164.000 cavalli. Per rendere l’idea con un parametro domestico: quella quantità di energia sarebbe stata sufficiente ad alimentare ininterrottamente oltre 100.000 abitazioni monofamiliari. Un dato che, ancora oggi, lascia senza parole.
Perché il progetto fu abbandonato
Le ragioni dell’abbandono del progetto XNJ140E non riguardano un fallimento tecnico in senso stretto, ma una serie di problemi che nessuna tecnologia dell’epoca — e probabilmente nemmeno quella attuale — avrebbe potuto risolvere facilmente:
- Radioattività dell’equipaggio: nonostante la schermatura, l’esposizione prolungata alle radiazioni restava un rischio inaccettabile per i piloti.
- Gestione degli incidenti: un aereo con reattore nucleare a bordo che precipita è uno scenario catastrofico, ben diverso da un normale schianto.
- Smaltimento e manutenzione: un motore di questo tipo richiedeva procedure di gestione estremamente complesse e costose.
- Contaminazione ambientale: i gas di scarico di un propulsore nucleare avrebbero rilasciato materiale radioattivo nell’atmosfera.
Il progetto fu definitivamente accantonato, sepolta tra le migliaia di idee geniali e folli che la Guerra Fredda aveva ispirato. Resta però un esempio straordinario di fino a dove l’ingegneria umana sia disposta a spingersi quando la competizione geopolitica diventa il motore principale dell’innovazione. E forse, in questo caso, è davvero un bene che certi confini non siano stati superati.
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