Ridere è una faccenda seria. Lo dicono davvero i neuroscienziati: quando scoppiamo a ridere, il cervello rilascia dopamina, endorfine e serotonina, un cocktail chimico che fa bene quasi quanto le vacanze. Ma cosa ci fa ridere, esattamente? Secondo la teoria dell’incongruenza — la più accreditata in psicologia cognitiva — troviamo divertente tutto ciò che viola le nostre aspettative in modo non minaccioso. Un colpo di scena assurdo, un’inversione di ruoli, una logica storta ma coerente con sé stessa. Non siamo soli in questo: anche i ratti, sorpresa, ridono. Lo ha dimostrato il neuroscienziato Jaak Panksepp, scoprendo che emettono ultrasuoni a 50 kHz durante il gioco, qualcosa di molto simile alla risata umana. Persino gli scimpanzé ridono, anche se con un’espirazione ritmica che farebbe impallidire qualsiasi comico da cabaret.
Nella storia, il senso dell’umorismo si è evoluto insieme alla società. Gli Antichi Romani non erano esattamente noti per la loro delicatezza: ridevano volentieri delle disgrazie altrui, dei difetti fisici, degli schiavi e degli stranieri. Quintiliano, retore del I secolo d.C., dedicò pagine intere all’arte del far ridere come strumento persuasivo. Insomma, l’ironia come arma retorica non è un’invenzione dei social.
La barzelletta: il sindaco, l’elefante e il posto in comune
Il sindaco di Catania decide di sostituire l’emblema della città — il classico elefante di roccia lavica — con uno in carne e ossa. Geniale. Così telefona a Moira Orfei e le chiede se per caso abbia un elefante disponibile.
Moira ci pensa un attimo, poi risponde:
«Sì sì, ne ho uno che sta nel mio circo da trent’anni ed è bravissimo: se gli dici di alzare una zampa, la alza; se gli dici di alzare la proboscide, la alza; se gli dici di roteare la coda, la rotea…»
Il sindaco è al settimo cielo. Organizza una presentazione in pompa magna alla stampa, telecamere, giornalisti, flash ovunque. Si avvicina all’elefante con tutta la sua autorità istituzionale e ordina:
«Dumbo, alza la zampa!»
Niente. L’elefante fermo come una statua.
«Dumbo, muovi la coda!»
Niente. Neanche un fremito.
Il sindaco, rosso di rabbia, telefona inviperito a Moira Orfei. Lei arriva immediatamente, si avvicina all’elefante e gli chiede spiegazioni sottovoce.
E l’elefante:
«Senti, Moira, finché ero al circo lavoravo sodo, e va bene. Però ora che ho trovato un posto in comune… me la potrò pure prendere comoda, no?»
Perché fa ridere (e perché fa anche un po’ riflettere)
Il meccanismo comico si regge su una doppia incongruenza: da un lato l’idea assurda di sostituire un simbolo araldico con un pachiderma vivo; dall’altro il colpo di scena finale, in cui è l’elefante stesso a rompere le aspettative parlando — e usando una logica perfettamente umana.
- La vera punta della barzelletta è il luogo comune sul lavoro nella pubblica amministrazione: appena si “entra in comune”, anche il più disciplinato degli elefanti smette di lavorare.
- L’ironia funziona perché non attacca una persona specifica, ma un sistema — e questo la rende universale e, in fondo, bonariamente feroce.
Catania, l’elefante nero e la burocrazia italiana: un trittico che, volenti o nolenti, ci rappresenta tutti un pochino.
